Esclusiva - Gigi Delneri: "Conte è la scelta giusta per l'Italia. Ma il calcio moderno si è complicato troppo"

Luigi Delneri è uno degli allenatori che più hanno influenzato l’evoluzione tattica del calcio italiano negli ultimi venticinque anni. Dallo storico Chievo dei Miracoli, capace di conquistare una clamorosa qualificazione in Champions League, alle esperienze sulle panchine di Sampdoria, Juventus, Atalanta, Udinese, Palermo e Roma, il tecnico friulano ha costruito la propria carriera su organizzazione, intensità e un calcio verticale che ha ispirato molti colleghi. In questa intervista analizza il momento della Nazionale, i progetti di Juventus, Como, Atalanta, Sampdoria, Udinese e Palermo, oltre a offrire il suo punto di vista sull’evoluzione tattica del calcio moderno e sui Mondiali 2026.
Vorrei partire dalla stretta attualità. Sembra che Antonio Conte sia il prescelto per la panchina dell’Italia, con Paolo Maldini nel ruolo di direttore tecnico. Secondo lei il ritorno di Conte non rischia di essere una minestra riscaldata?
Penso che Antonio Conte sia un allenatore che ha già dimostrato il suo valore in Nazionale, ottenendo risultati importanti nella sua precedente esperienza. Credo sia la scelta giusta per restituire sicurezza all’ambiente e affrontare al meglio gli anni che porteranno ai prossimi Europei e Mondiali. Ha vinto campionati, ha maturato esperienzie internazionali ed è un profondo conoscitore del calcio moderno. Dal mio punto di vista è una decisione corretta.
Da quali giocatori dovrebbe ripartire la Nazionale? Dai giovani, da elementi più esperti o da un gruppo già consolidato?
Silvio Baldini ha appena dimostrato, nelle sue prime partite, che i giovani hanno entusiasmo e voglia di vestire la maglia azzurra. Credo che la soluzione sarà un giusto equilibrio tra esperienza e nuove leve. Serve costruire una spina dorsale che possa crescere nel tempo, creando un gruppo stabile e competitivo. L’Italia ha bisogno di rinnovarsi senza rinunciare all’esperienza.
Il suo “Chievo dei Miracoli” dimostrò che con organizzazione e identità si poteva battere chiunque. Oggi, con il peso dei fondi stranieri e il crescente divario economico, una squadra come quel Chievo potrebbe ancora nascere?
L’idea di calcio giocato sì, può ancora esistere. Ancora oggi si cerca di sviluppare il gioco sugli esterni e molti principi restano validi, naturalmente adattati al calcio moderno. Quello che difficilmente potrà ripetersi è il contesto. Il Chievo è stato un caso unico: nasceva da un piccolo quartiere, con giocatori alla prima esperienza in Serie A e con un allenatore esordiente nella massima categoria. È stato un autentico miracolo sportivo.
Alla base di tutto c’erano un’identità chiara e la capacità di valorizzare al massimo le qualità dei singoli, cosa che penso abbiamo fatto. A questo si aggiungevano intensità, organizzazione, sacrificio e quella spensieratezza che ci ha permesso di competere contro squadre molto più forti.
Uno dei suoi risultati più significativi è stata la qualificazione della Sampdoria in Champions League. Oggi vede le condizioni perché il club blucerchiato possa tornare stabilmente ai vertici?
Ci vorrà tempo. La Sampdoria arriva da stagioni molto difficili, ma resta una società con una storia importante e un pubblico straordinario. Tornare subito ai massimi livelli non è semplice, soprattutto perché uscire dalla Serie B è sempre complicato.
Serve ricostruire con idee chiare. La società ha scelto un allenatore giovane come Corradi, che conosco molto bene: è serio, preparato e gli auguro il meglio. Una piazza capace di portare 30-40 mila persone allo stadio merita di ritrovare presto la Serie A, e farebbe bene alla stessa Serie A.
L’Udinese continua a essere considerata un modello nella valorizzazione dei giocatori. Lo è ancora oppure ha perso qualcosa negli ultimi anni?
L’Udinese continua a lavorare molto bene. Oggi competere economicamente è sempre più difficile, ma la società mantiene equilibrio e continua a individuare giovani interessanti. Sono tanti anni che resta stabilmente in Serie A, e questo dimostra che il modello funziona.
La famiglia Pozzo ha sempre gestito il club con grande equilibrio. Fare un ulteriore salto di qualità non è semplice, ma la strada intrapresa resta quella giusta.
Restando sul tema delle proprietà straniere, il Palermo può davvero diventare una nuova realtà del calcio italiano grazie al City Football Group?
Assolutamente sì. Il City Football Group ha risorse, competenze e persone di grande valore. Conosco diversi dirigenti che lavorano all’interno del gruppo e sono convinto che possano costruire qualcosa di importante, come Bigon, come Osti.
Prima di tutto bisogna riportare il Palermo stabilmente in Serie A, ma la direzione è quella corretta. Una città e una regione come la Sicilia meritano un club competitivo ai massimi livelli.
Una squadra che invece ha deluso è stata l’Atalanta. C’è il rischio che perda il ruolo di riferimento oppure il nuovo corso con Sarri e Giuntoli può rilanciarla?
L’Atalanta ha fatto un lavoro straordinario negli ultimi anni e il cambio dopo Gasperini rappresenta inevitabilmente una svolta importante. Sarri porta una filosofia di gioco completamente diversa e questo richiederà tempo. Hanno lavorato bene insieme a Giuntoli, a Napoli.
Sarà una ripartenza quasi da zero, ma la società ha basi solide, una struttura importante e una cultura del lavoro consolidata. Sono convinto che continuerà a essere protagonista sia in Italia sia in Europa.
La mancanza di continuità è stata una delle principali difficoltà della Juventus?
La Juventus è una società che deve sempre puntare a vincere. Negli ultimi anni ci sono stati troppi cambi di allenatore, difficoltà nel produrre un’idea e mantenerla, soprattutto, da Pirlo in poi. Questo inevitabilmente ha inciso sui risultati.
Adesso serve ripartire da zero, ricostruire con continuità e dare stabilità al progetto. Questa stagione rappresenta l’inizio di un nuovo percorso. Penso che con Luciano Spalletti abbia trovato l’equilibrio giusto.
Prima abbiamo parlato della regina delle Cenerentole, il Chievo. Un’altra “Cenerentola”, seppur con presupposti completamente diversi, è il Como, che sta investendo cifre enormi. È ancora una favola oppure è destinato a diventare una grande squadra con un bacino di tifosi relativamente piccolo?
Se parliamo del Como come Cenerentola ho qualche dubbio. Oggi è una società con risorse economiche importanti e un progetto molto chiaro. La differenza rispetto al Chievo è sostanziale: noi lavoravamo in economia, il Como investe cifre elevate su giovani di grande prospettiva.
Mi piace il fatto che abbiano una filosofia precisa, sia sul mercato sia sul gioco. Anche Fabregas ha dimostrato grande convinzione rimanendo per portare avanti il progetto. Quando una società ha idee, organizzazione e continuità, può ottenere risultati importanti.
Oggi si vede moltissima costruzione dal basso e meno verticalità. Il calcio è diventato più evoluto oppure più complicato del necessario?
Oggi molte squadre privilegiano il possesso palla, ma personalmente non amo la costruzione continua dal portiere. Un conto è farla con la qualità della Spagna, un altro è trasformarla in un principio assoluto.
Per me il calcio continua a essere deciso dalla qualità dei grandi giocatori, come dimostra la Francia al Mondiale 2026. Mi piace un calcio verticale, fatto di attacchi alla profondità, ricerca degli spazi e uno contro uno. Il possesso palla ha senso se serve ad arrivare in porta, non se diventa un esercizio fine a sé stesso.
Trovo persino eccessivo vedere un calcio d’angolo trasformarsi in un’azione che riparte dal portiere: preferisco un calcio più diretto e aggressivo.
Un nuovo trend è quello di calciare il pallone direttamente in fallo laterale dal calcio d’inizio. Che cosa ne pensa?
Non è una novità assoluta. Orrico lo faceva già molti anni fa ai tempi della Carrarese. Era una scelta tattica particolare per portare subito pressione nella metà campo avversaria, ma è sempre rimasta una soluzione piuttosto specifica e legata alle idee di qualche allenatore.
Se oggi dovesse indicare un giovane allenatore italiano destinato a diventare il nuovo Gasperini, su chi punterebbe?
Ce ne sono diversi che stanno emergendo, Aquilani, Abate, Italiano anche se ora è andato all’estero. Però diventare un nuovo Gasperini non dipende soltanto dalle qualità dell’allenatore.
Serve trovare l’ambiente giusto, una società che condivida le idee tecniche, un direttore sportivo in sintonia e una proprietà che dia tempo per lavorare. Non vince mai soltanto l’allenatore: vince sempre l’intera società.
Diversi allenatori hanno preso spunto dal suo modo di interpretare il calcio. Guardando la Serie A di oggi, vede qualche squadra che le ricorda le sue idee?
Oggi rivedo alcuni principi che facevano parte del nostro calcio: il 4-4-2, il fuorigioco, l’aggressione alta e soprattutto la ricerca costante dell’ampiezza.
Quello che vedo meno è la ricerca della profondità senza palla. Per questo continuo a preferire un calcio più verticale. Servono giocatori capaci di attaccare gli spazi e creare situazioni di uno contro uno. È lì che nasce la vera differenza.
Un’ultima battuta sui Mondiali. C’è una nazionale che la sta incuriosendo particolarmente e chi vede favorito per la vittoria finale?
Mi incuriosiscono molto le sorprese. Voglio vedere fino a dove potrà arrivare la Svizzera, così come mi ha colpito il percorso di nazionali emergenti, un po’ come aveva fatto il Marocco nell’ultimo Mondiale.
Naturalmente, quando affronti squadre come Francia, Argentina o Spagna il divario resta notevole, ma è bello vedere anche realtà meno blasonate competere ad alti livelli.
Resta però evidente che la differenza continua a farla la qualità dei grandi campioni: giocatori come Mbappé, Messi e Kane sono sempre quelli che riescono a decidere le partite più importanti.