Valentina Diouf dice addio al volley: “Il livello della Serie A1 si è abbassato”
Dopo una carriera vissuta tra Italia e in giro per il mondo, dal Brasile alla Corea, passando per la Polonia, la Francia e l’Indonesia, arriva il momento dei saluti.
Valentina Diouf si ritira dal volley giocato, e racconta senza filtri alla redazione di Affidabile.org il presente della pallavolo italiana, dal momento di transizione che sta vivendo, ai suoi nuovi progetti, fino a uno sguardo lucido sul movimento.
Una carriera internazionale che si chiude, mentre per Diouf è già iniziato un nuovo percorso fuori dal campo.
Lei ha annunciato il ritiro, la pallavolo è definitivamente un capitolo chiuso? E la Nazionale?
Tra circa 20 giorni smetterò di giocare, quindi direi che è un capitolo chiuso, non solo per la Nazionale ma per la pallavolo in generale.
Dicendo addio alla pallavolo e guardando al futuro, come si immagina nel breve periodo?
Sicuramente lontano dal campo. Mi sono organizzata per tempo in vista del ritiro: mi sto dedicando al business coaching e collaboro con una fondazione, un percorso che avevo già iniziato prima del ritiro. Ho già impostato un percorso diverso dalla carriera sportiva.
Lei è un’atleta “giramondo”: ha giocato in Brasile, Corea, Polonia, Francia e Indonesia. Da quello che ha visto, il volley italiano è ancora un punto di riferimento o altri campionati stanno accelerando?
Per le prime quattro squadre probabilmente sì, ma guardando il panorama internazionale il discorso è simile anche in altri campionati, come in Turchia. L’errore che spesso si fa è definire il campionato italiano il più bello del mondo senza seguire davvero gli altri tornei: mancano i termini di paragone.
Ha lasciato la Serie A1 nel 2018, tornando solo in questa stagione (a parte una breve parentesi a Perugia). Ha trovato cambiata Busto Arsizio?
Sì, assolutamente. Quando giocavo qui prima di andare all’estero era una squadra con ambizioni diverse: lottavamo per vincere. Oggi, rispetto a quella realtà, c’è stato un ridimensionamento, quindi la differenza è evidente.
E più in generale, com’è cambiata la pallavolo italiana rispetto ai suoi esordi?
Il livello si è un po’ abbassato, anche perché molti giocatori di fascia medio-alta, penso ad esempio agli americani, si sono spostati verso altri campionati, come la lega americana. Anche la Turchia oggi è molto attrattiva per gli stranieri. Questo, da un lato, dà spazio a giocatori provenienti da categorie inferiori, come la A2, ma dall’altro abbassa leggermente il livello medio del campionato.
Squadre come Conegliano e Milano stanno dominando: il gap con le altre è tecnico o strutturale?
Il divario è soprattutto economico. Le prime quattro squadre, Conegliano, Scandicci, Milano e Novara, hanno budget molto più alti, anche più del doppio rispetto alle altre. È inevitabile che questo si traduca in una differenza di rendimento.
In una Serie A1 così strutturata, dove può arrivare realisticamente Busto Arsizio in questa stagione, soprattutto dopo la vittoria di ieri?
Adesso siamo impegnate nei Playoff Challenge ed è tutto ancora aperto. La favorita del girone è Chieri, ma i giochi non sono chiusi. Una vittoria o una sconfitta possono cambiare tutto, quindi ci sono ancora margini. In ogni caso, gli obiettivi stagionali fissati dal club sono stati raggiunti.
Oggi chi è, secondo lei, la giocatrice più dominante a livello mondiale?
Direi Melissa Vargas, opposto del Fenerbahçe e della Nazionale turca.
Guardando alla sua carriera nel complesso, c’è stato qualche momento in cui si è sentita poco valorizzata?
Sì, sicuramente. Credo però che sia normale: è difficile sentirsi sempre valorizzati. Ci sono momenti più complicati, ma fanno parte del percorso.
La scelta di un’alimentazione vegana ha accompagnato parte della sua carriera: quanto è stato impegnativo mantenerla nello sport professionistico?
In realtà per me non è stato affatto impegnativo: sono rinata. Ho molta più consapevolezza di ciò di cui il mio corpo ha bisogno e sto molto meglio. È un’alimentazione che mi ha ridotto le infiammazioni e migliorato i tempi di recupero, aspetti fondamentali per un atleta. L’integrazione è comunque necessaria, perché oggi l’alimentazione da sola non copre tutti i fabbisogni. All’inizio è stato difficile, certamente, perché bisogna cambiare completamente abitudini: fare la spesa, organizzare i pasti, informarsi. Io ho iniziato questo percorso mentre ero in Brasile, quindi è stato ancora più complesso. Però non tornerei mai indietro.
Possiamo dire che è una scelta che ha influenzato anche la sua carriera?
Assolutamente sì. Da quando ho iniziato questo tipo di alimentazione, e speriamo di chiudere bene questi ultimi 20 giorni, non ho più avuto infortuni. Prima avevo una carriera segnata da diversi problemi fisici: questo cambiamento ha inciso tantissimo sulla mia qualità di vita e sulle prestazioni.